Sono quel tipo di ragazzina che è stata cresciuta con un cassetto doppio per ogni cosa: maglie comode e per la festa, pantaloni eleganti e con le toppe, scarpe da tutti i giorni e per la domenica. Non una questione di quantità, badate bene, ma di opportunità. Mia madre infatti, è fedelissima a quella religione che impone un codice binario di abbigliamento che recita così: dentro casa – fuori casa. Fu così che sei anni di vita in piena campagna sbilanciarono inevitabilmente il mio look verso una tenuta comoda, pratica e con cui, soprattutto, potersi sporcare in libertà!
La parola chiave di questo personalissimo successo è una: Tuta. Due sillabe evocative per uno status che nel tempo ha acquisito più importanza dell’oggetto in se. La tuta è diventata infatti una corazza dall’odore familiare, una divisa che grida “faccio quel cazzo che voglio!”, un simbolo di privacy gelosamente custodita.
Se però non vi chiamate Simona Ventura e il vostro buon gusto vi impedisce di aggirarvi ricoperte di ciniglia fluorescente (o affini), la tuta diventa un piccolo piacere personale da relegare a pochissimi luoghi convenzionalmente riconosciuti come portatori sani di fitness.
A meno che… a meno che non apparteniate alla sempre più nutrita schiera dei precari a singhiozzo, inventori del riciclo professionale, sopravvissuti del contratto a progetto non rinnovato, saltato o perché no, promesso e mai realmente stipulato!
La casa è il vostro ufficio e il web l’Hampshire per le vostre battute di caccia verso nuovi esilaranti orizzonti di sfruttamento lavorativo. E se in mezzo a cotanto stress non vi concedete un confortevole appeal, parola mia, siete fritti!
Eccomi dunque a condividere con voi brandelli di quotidianità, episodi di straordinaria follia e imprese cinematografiche di vita vissuta ai confini del plausibile.
In attesa di abbandonare la mia divisa grigio topo per un paio di Louboutin…..
Ha la tuta, la tuta... relegata al segreto della casa. Personalmente sono crescuito in un ambiente contrario alla divisione bello/comodo. Così non è stato per la mia metà, col risultato che lei mi offre la sua parte più intima, ma forse non la migliore: grigio felpa e pigiamone.
RispondiEliminaTutte le pubblicità che si vedono adesso per strada, con donne in succinti completini ammiccanti in vista del natale e di capodanno, sono per me la rappresentazione di un mondo che non esiste.
Dunque odio la tuta con tutto me stesso, ma capisco che in un modo perverso rappresenta la complicità più di altri indumenti.
BURN THE TRASKSUIT!!!
la tuta è il futuro. come sai io la chiamo pigiama, ma mi si dice che il succo è lo stesso. ho anche un mio personale metro di giudizio, che comprende il fattore "morbidezza previo primo lavaggio" quale essenziale per l'acquisto, in modo da poter indossare subito la tuta appena arrivata a casa dal negozio.
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